Rete APPIA Position paper su LUPO e ZOOTECNIA

da https://retepastorizia.it/index.php/2022/02/17/892/

Premessa

Il lupo in Italia è sopravvissuto alla fase più critica, coincidente con il secondo dopoguerra, in alcune zone dell’Appennino meridionale e centrale, fino probabilmente all’Appennino tosco-romagnolo, con un numero relativamente limitato di animali, grazie prevalentemente alla disponibilità diffusa di animali domestici al pascolo, con popolazioni più affermate proprio nelle aree dove permanevano distretti zootecnici montani (Gran Sasso, Majella, Sibillini, etc.).

L’espansione della specie che è avvenuta nei decenni successivi è stata poi favorita dal progressivo abbandono della montagna, dalla ricomparsa delle specie preda naturali, in particolare ungulati selvatici, dalla rinaturalizzazione forestale, dall’istituzione dei Parchi e dalle norme di protezione approvate a livello nazionale. Non secondaria è stata la reintroduzione del cinghiale, specie che da poche entità localizzate si è velocemente diffusa nell’intera penisola.

In termini numerici la popolazione di lupo nel corso degli ultimi 50 anni è stata sistematicamente e volontariamente sottostimata, così come le valutazioni degli impatti legati alla sua espansione, ritardando di fatto l’adozione di una seria politica di tutela delle attività danneggiate che sarebbe stato necessario attivare con largo anticipo per scongiurare, o almeno alleviare, lo scontro a cui oggi assistiamo.

Dai primi anni ’90 la specie è ricomparsa anche sull’arco alpino. Qui è cresciuta in termini numerici e di areale molto velocemente, soprattutto in contesti in cui la zootecnia si era evoluta in assenza del predatore. In queste zone, per una serie di caratteristiche peculiari, molte realtà zootecniche si trovano in grossa difficoltà a mettere in atto efficacemente quelle misure di prevenzioni usate in altri contesti italiani, dove la zootecnia si è da sempre dovuta confrontare e, possiamo dire, si è co-evoluta con il lupo ed altri grandi predatori, attraverso l’uso di cani da guardianìa, il ricovero notturno e/o e l’uso di recinzioni antilupo.

Al di là dei numeri, la specie è oggi affermata su tutta la dorsale appenninica, dove ha tendenzialmente raggiunto la saturazione, nelle zone collinari, nelle immediate vicinanze di grandi città e lungo la fascia litoranea, zone sub-ottimali per la specie dove comunque è in grado di adattarsi e di trovare risorse trofiche tra i selvatici, fonti alimentari legate all’uomo e anche tra gli animali da affezione, perdendo progressivamente la diffidenza verso l’uomo.

Se la presenza della specie in aree ad elevata naturalità assume senza dubbio un significato positivo dal punto di vista ecosistemico, anche per la capacità del lupo di contribuire al controllo demografico di specie come il cinghiale, dall’altra, la presenza consolidata in distretti zootecnici, piuttosto che vicino ad aree urbanizzate, genera immancabilmente delle tensioni sociali e un impatto economico che va ben al di là del mero danno diretto delle predazioni, rischiando di creare problemi anche per la stessa specie protetta.

Da una recente stima sugli attacchi a livello nazionale, realizzata attraverso l’analisi degli indennizzi erogati emerge che nel periodo 2015-2019 i casi di predazione in Italia sono stati oltre 18.000, interessando un numero di almeno 25.700 capi.

Ma al di là del danno economico indennizzato, che rappresenta sicuramente una forte sottostima del l’impatto economico reale, sono i danni indotti, le spese accessorie e i turbamenti nelle modalità di gestione zootecnica che di fatto mettono molte aziende nella condizione di considerare la chiusura dell’attività, così come un ostacolo per le nuove generazioni di aprirne delle nuove.

Oltre a ciò, una gestione passiva ed emotiva nonché irrazionale della specie ha portato alla diffusione dell’ibridazione tra il lupo e il cane (fenomeno che costituisce un serio pericolo per la conservazione del primo) e alla crescita dei casi di lupi confidenti, ovvero di animali che ormai hanno perso la paura atavica dell’uomo e mostrano comportamenti potenzialmente pericolosi.

Conflitto con la zootecnia, lupi confidenti, lupi periurbani ed ibridi sono la conseguenza di una gestione inadeguata, protratta per anni, basata più su una visione ideale (e ideologica) del ‘rewilding’ piuttosto che sulla reale volontà di gestire pragmaticamente una pur inevitabile convivenza conflittuale. Tali fenomeni sono difficilmente arginabili senza una rivisitazione della normativa che permetta di intervenire con maggiore tempestività, anche con azioni di contenimento diretto degli animali, contemplate dalla normativa europea, ma mai adottate a livello nazionale a differenza di molti altri paesi vicini.

La mancanza di una politica attiva e razionale, incentrata sulla diffusione della prevenzione ma anche sulla possibilità d’intervento favorisce quindi il dilagare del bracconaggio.

Le politiche nazionali italiane sul lupo, come di altre specie prioritarie, sono definite sulla base di uno strumento gestionale, rappresentato dal “Piano di azione”. Il Ministero dell’Ambiente si è dotato di un Piano di Azione sul lupo (Genovesi e Duprè, 2002) scaduto dal 2007.

Dal 2015 ad oggi sono state presentate più bozze della nuova versione del “Piano Lupo”, nessuna delle quali ha trovato il consenso unanime delle Amministrazioni preposte (Regioni e Province autonome) che nel tempo hanno preso posizioni sempre più distanti tra loro.

Una strategia di conservazione del lupo basata solo su una politica passiva, che non considera le dinamiche in atto e le prospettive ormai già ben delineate, sarebbe superata dai fatti. Si rende quindi necessario ripartire con un approccio rinnovato, più che con una revisione di un “Piano lupo” dimostratosi non realizzabile e che nascerebbe ormai datato.

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Lupo e zootecnia. La proposta di Rete Appia, in 10 punti.

 

  • Competenze di riferimento.

La definizione di un Piano di Azione su una specie che ha degli innegabili impatti sul comparto agricolo non può non riguardare, con un ruolo comprimario, il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, oltre al Mi.T.E., Ministero per la Transizione Ecologica. Le prospettive nazionali sono infatti condizionate anche da quelle che sono le scelte intraprese a livello nazionale e comunitario in materia di politiche agricole, aiuti di stato, gestione forestale. Del resto la gestione della Fauna, lupo compreso, a livello locale viene portata avanti prevalentemente dagli Uffici afferenti agli Assessorati all’Agricoltura, Caccia e Pesca, che provvedono spesso anche al finanziamento delle spese per gli indennizzi e per la prevenzione dei danni. Le istanze delle categorie danneggiate dal lupo non devono essere lasciate alle loro rappresentanze associative, che spesso utilizzano il lupo e la visibilità mediatica assicurata da questo come merce di scambio, ma alle istituzioni locali e al Ministero di riferimento, il M.I.P.A.A.F.

  • Separazione dei ruoli, istituzioni al centro.

Le Istituzioni preposte, seppure con i limiti derivanti dalle varie riforme istituzionali, sono gli unici soggetti che possono garantire trasparenza e democraticità del percorso decisionale e gestionale, riprendendo il proprio ruolo ed allontanando dalla “questione lupo”, tutti i soggetti che hanno fatto del lupo una opportunità d’immagine o economica o che comunque traggono da una narrazione distorta della specie, veicolata al grande pubblico attraverso iniziative mediatiche ben organizzate, dei vantaggi economici, imponendo esclusivamente la propria visione e quindi impedendo di fatto alle istituzioni di esercitare le loro funzioni e concretizzare le loro scelte politiche, frutto di processi decisionali democratici.

  • Conservazione a livello di popolazione.

La CE attraverso la Direttiva 43/92 Habitat promuove la gestione dei grandi carnivori a livello di popolazione e mai di singolo individuo, sulla base dello status di conservazione, con l’obiettivo del raggiungimento dello “stato di conservazione soddisfacente”. Ingabbiare la gestione della specie in una prospettiva, artatamente spacciata per ‘etica’, di protezione del singolo individuo è una scelta che porta ad esacerbare il clima sociale e che di fatto rischia di mettere a rischio la conservazione duratura della specie stessa. È quindi necessario che si favoriscano iniziative comunicative finalizzate a diffondere, anche nelle scuole, il concetto e la cultura della conservazione a livello più elevato (popolazione, specie, ecosistema, agroecosistema), fortemente diverso e contrapposto al concetto di protezione degli individui, tipicamente di matrice culturale animalista.

  • Indennizzi e prevenzione

La prevenzione, ove realizzabile, deve rimanere la via maestra per la mitigazione del conflitto, ma visti gli alti costi deve essere sostenuta economicamente e facilitata sotto l’aspetto tecnico fornendo l’assistenza di tecnici competenti e impegnandosi concretamente a superare gli ostacoli normativi oggi presenti. La prevenzione non deve rappresentare un ulteriore onere per la categoria, sia in termini di realizzazione che di mantenimento. Laddove la prevenzione non riesca ad evitare il conflitto, devono subentrare i risarcimenti, la cui gestione deve essere uniformata a livello nazionale e deve essere improntata sulla semplificazione burocratica, sulla tempestività di erogazione, sulla congruità dei valori erogati.

  • Indirizzi quadro e federalismo gestionale

La variabilità ambientale, agricola e istituzionale italiana, è decisamente maggiore rispetto ad altri paesi europei. Per questo si rende necessario lavorare ad un “Piano quadro” nazionale laico, snello, sostenibile e pragmatico, frutto di un vero percorso condiviso, inevitabilmente incentrato sulla conservazione dell’ecosistema e del lupo ma in un’ottica di maggior sostenibilità sociale, all’interno del quale le singole amministrazioni possano declinare specifici piani regionali o provinciali, che rispondano meglio alle specificità ambientali, economiche, sociali e politiche del proprio territorio, anche nell’ottica di poter intervenire motu proprio, tempestivamente e concretamente su determinati fenomeni, come gli attacchi alla zootecnia, l’ibridazione lupo-cane, il problema dei lupi confidenti o dei lupi in ambiente urbanizzato, con un protocollo di azioni condiviso che permetta di superare l’iter attuale che prevede l’autorizzazione “caso per caso”.

  • Narrazione sul lupo in Italia

La storia delle dinamiche della popolazione di lupo in Italia ha subito nel corso degli anni delle profonde distorsioni, a causa di una certa permeabilità tra mondo della ricerca e associazionismo ambientalista e animalista e per le opportunità di finanziamento dei progetti europei di conservazione indirizzati a specie “a rischio”. Tutto ciò ha condizionato le scelte gestionali e causato gravi ritardi con conseguenti danni sia alle attività economiche colpite, sia alla popolazione stessa di lupo, lasciata in balìa di una ‘gestione’ basata su uccisioni illegali. Al di là delle responsabilità, si rende necessario ripartire con una decisa separazione dei ruoli, tra i soggetti deputati alla ricerca, quelli abilitati alla comunicazione ed i soggetti che in ambito nazionale ed internazionale contribuiscono a definire le politiche gestionali, riportando al centro le istituzioni ed i soggetti scevri da interessi di parte.

  • Pragmatismo su base scientifica

Per anni si è risposto alle istanze del territorio con convegni o finanziando ricerca scientifica. L’accelerazione che ha subito il dibattito sui grandi predatori impone di intervenire con risposte concrete e un tempismo adeguato, come avviene in altri paesi europei. La ricerca scientifica è uno strumento fondamentale per comprendere la realtà, per scegliere e poi validare le scelte gestionali, ma non è la soluzione delle problematiche concrete ed ha tempi e finalità diverse. La gestione della specie si deve basare su un approccio scientifico, ma la ricerca non può diventare un elemento di ostacolo alla gestione o essere di fatto proposta come la soluzione dei problemi.

  • Protezione sulla base dello Status di conservazione attualizzato

Sebbene la specie Canis lupus rivesta indiscutibilmente un ruolo particolare nelle nostre tradizioni, nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo, nonché sia di fatto un predatore con un ruolo determinante nel nostro sistema ambientale, in un’ottica di gestione razionale e democratica deve essere considerato al pari di qualunque altra specie con lo stesso status effettivo di conservazione. Tutto questo non può che passare attraverso l’aggiornamento delle stime, dello status distributivo e non ultimo un rinnovato approccio comunicativo non favolistico che attraverso campagne di educazione ambientale laiche ed equilibrate, definite ed organizzate dalle istituzioni scolastiche insieme al mondo scientifico, facciano crescere una corretta visione dell’ambiente e delle relazioni tra fauna e uomo.

  • Coinvolgimento delle parti sociali

Una gestione democratica e sostenibile della specie non può non passare attraverso un ascolto delle parti sociali coinvolte, definendo per ogni contesto territoriale di riferimento dei Piani di gestione su base locale che valutino quello che può essere l’impatto, anche sociale, della specie in un determinato territorio, i costi che la conservazione della specie genera e che tutto ciò sia commisurato con la reale disponibilità a compensare i disagi alle categorie colpite, da parte della collettività, per evitare fenomeni di abbandono delle attività tradizionali e fenomeni di “cancel culture”.

  • La paura salva il lupo

Il lupo non è una specie in pericolo, in Italia. Si è salvato dall’estinzione in Italia grazie alla plasticità ecologica e alla paura verso l’uomo acquisita nel corso dei secoli, che lo ha reso schivo e timoroso e lo condiziona nella scelta degli orari e luoghi di vita. Il cambio di atteggiamento da parte dell’uomo, lo status di protezione, la disponibilità diffusa di fonti trofiche e la saturazione del territorio, ormai evidente, stanno cambiando radicalmente il comportamento del lupo nei nostri confronti, con una crescita di episodi che indicano una maggiore confidenza e “audacia” nell’avvicinarsi agli insediamenti, compiere predazioni, con un grave rischio anche per la propria conservazione. Per questo motivo si rende necessario concedere ai soggetti preposti o abilitati nonché persino anche ai conduttori di attività zootecniche la possibilità di intervenire sui lupi “audaci” con interventi di dissuasione e tiro di difesa, come già effettuato in altri paesi europei, attraverso protocolli autorizzativi subito attuabili.